Layers of Fear 2

Layers of Fear 2

Da Bloober Team e Gun Media arriva un sequel per l'avvincente thriller dalle tinte horror.

Gli occhi chiusi, il buio che ondeggia insieme a una nave in mezzo al nulla, una carta di imbarco e… no, non siamo in crociera! Stiamo parlando di Layers of Fear 2, il nuovo gioco di Bloober Team e Gun Media che, insieme, hanno dato vita a un horror psicologico in prima persona con risvolti puramente thriller. A differenza del primo episodio, questa volta interpreteremo i panni di un attore hollywoodiano dalle grandi aspirazioni che accetta, convinto dal suo agente, la chiamata di un regista che lo invita a bordo di un transatlantico per girare un film.

È risaputo ormai, che alcune volte la fama porta a toccare il fondo: alle volte non è mai abbastanza, e altre ancora, invece, cancella quella sottilissima corda che si tende tra realtà e finzione. Curiosi di sapere quale sarà il nostro caso? Scopriamolo insieme!

TANTE MASCHERE, POCHI VOLTI

Che l’arte sia un punto fermo su cui si sviluppano le storie raccontate dai ragazzi di Bloober Team, lo avevamo capito già dal primo titolo della serie, in cui si interpretavano i panni di un folle pittore sull’orlo di una crisi esistenziale, questa volta ci ritroveremo a interpretare un attore hollywoodiano alle prese con un nuovo fantomatico film di punta: dalla pittura al cinema. Il fulcro del sequel, però, ruota tutto intorno a una specifica domanda: Chi siamo in realtà, e quante maschere abbiamo indossato?

La base di Layers of Fear 2 è infatti uno sviluppo puramente pirandelliano del concetto di attore, ovvero colui che, per l’appunto, ha indossato talmente tante maschere da non riuscire più a capire dove risiede il vero “io”, chi siamo in realtà, e come ci vediamo allo specchio. In questo caso, però, la disgregazione dell’io individuale non avviene per una presa di coscienza, ma per conto di terzi: il protagonista, inizialmente, non è molto convinto di accettare il ruolo da attore, ma sarà convinto dal suo agente, che dipinge questa occasione come imperdibile, mozzafiato, una pietra miliare.

Proprio in base a quelle parole il protagonista si convince ad accettare e decide di salire a bordo del transatlantico Icarus, ormai disperso nell’oceano in balia della tempesta. Una volta aperti gli occhi, ci ritroviamo infatti in una cabina, spaesati, completamente soli. Già dalle prime esplorazioni sarà evidente che per quanto l’ambiente dovrebbe risultare monotono e ripetitivo, in realtà l’effetto è tutto l’opposto: tutte le cabine e gli open space sono completamente differenti fra loro, sia per ciò che riguarda arredamento e disposizione, che per colori. Che siano visioni oppure realtà, è chiaro che tutto il concept volge a svilupparsi di pari passo lungo il tracciato psicologico del protagonista, e a tutte le tematiche a esso associate.

Nel corso della storia dovremo per l’appunto fare i conti con delle specie di visioni, o stati di sub-conscio, che racconteranno anch’essi delle storie intrecciate alla nostra, che ci daranno modo di scoprire qualcosa anche su di noi: aprendo una porta, infatti, non si sa mai cosa potremmo trovare, se una zona da esplorare fisicamente o all’interno di noi stessi. Si dice che tutte le strade portino a Roma, e secondo questa linea, possiamo dire che in Layers of Fear 2 tutte le porte conducano a Noi.

CIAK, SI GIRA!

La sensazione di solitudine ci accompagnerà sin dai primissimi istanti: come abbiamo detto prima, ci risveglieremo nella nostra cabina, che fungerà un po’ da fulcro di tutto, arricchendosi mano a mano che proseguiremo nei cinque capitoli della storia. Le uniche e primordiali informazioni a nostra disposizione saranno date da un foglio con un appunto del nostro agente, e da una lavagna con troppi spazi vuoti: si capisce fin da subito che per completare questo registro temporale e soprattutto personale, sarà necessario trovare più indizi possibili. Per adempiere a questo compito, intraprenderemo un’esplorazione molto minimalista ma essenziale delle zone a disposizione all’interno del transatlantico, partendo da una prima impressione di presunta monotonia, fino ad arrivare a una distinzione degli ambienti a dir poco eccezionale.

Proprio questo rende il titolo un vero e proprio set cinematografico, con attimi di calma caratterizzati da suspence crescente a jumpscare ben studiati, tutte caratteristiche che evitano lo sviluppo monotono del tema, e anzi lo rendono accattivante ed espansivo: per quanto l’esplorazione sia data da una lunga sessione di “apri porta-chiudi porta”, le varie cabine e anche gli open space sono caratterizzati in modo completamente diverso fra loro, e contengono un numero di indizi – tra cui ritagli di giornale, locandine, oggetti – ben ottimizzato, aspetto che rende l’esplorazione semplice e mai frenetica; anche i momenti apparentemente tranquilli in realtà sono ottimizzati da un’evoluzione sempre costante della trama, intuibile dall’impossibilità di non poter tornare indietro una volta aperta una porta, alcune delle quali porteranno a degli scenari visionari dalle dinamiche completamente differenti.

Ad amplificare il senso di solitudine, saranno proprio gli stessi indizi trovati nel corso della storia: molti appunti scritti ci fanno capire che un tempo, – più o meno lontano che sia – altre vite si erano intrecciate proprio sulla stessa nave. Quelle poche tracce di vita, però, si aggiungono a una narrazione degna di nota: è proprio un narratore fuori campo che ci guiderà nel nostro percorso, a volte con delle informazioni sul passato, o a ricordarci i nostri errori, e altre su dei consigli su come risolvere gli enigmi che troveremo lungo il nostro cammino… e chi meglio di Tony Todd (direttamente da Candyman) sarebbe stato in grado di aggiungere quel tocco “creepy” che amplifica l’esperienza narrativa!

Questa scelta interpretativa non è stata fatta per puro caso, e anzi è uno dei fattori più importanti di Layers of Fear 2: la narrazione pressoché perpetua, talmente cupa da arrivare sino allo stomaco, passa da essere complementare all’essere protagonista. Infatti, a differenza del primo capitolo, le scelte compiute nel corso del tempo influiranno sul finale: un continuo dondolarsi fra impulso naturale (istinto) e razionalità (ragione), fra enigmi più o meno palesi.

“HOLD THE DOOR!”

Layers of Fear 2 ha adottato delle caratteristiche tecniche e dinamiche che non si discostano molto dal primo capitolo della serie, date dalle ovvie esigenze dello sviluppo narrativo. La struttura di gioco è molto semplice e intuitiva, i comandi sono basilari e per la maggior parte richiedono esclusivamente l’apertura di porte, armadi, cassetti, e sempre con lo stesso comando per la visione e la raccolta dei vari oggetti, oltre al movimento direzionale e alla corsa. Proprio dal primo capitolo era stato definito un “door simulator”, appellativo che non rispecchia completamente l’essenza di questa avventura thriller/horror; se da una parte è vero che lo sviluppo del gioco avviene mediante l’apertura di svariate porte, sono proprio le stesse a differenziare le varie fasi di gioco.

Infatti, come abbiamo già accennato, l’apertura di ogni porta corrisponde a una nuova “fase”, poiché sarà impossibile riaprire una porta una volta chiusa, fatto che ci spinge a una naturale evoluzione della storia. Citando le varie fasi, possiamo dire che le stesse si differenziano fra le classiche esplorazioni dell’ambiente, a un vero e proprio tuffo in una specie di altra dimensione, quasi una sorta di passato amplificato dallo stato emotivo del protagonista, che traversa su di essi un numero infinito di paure che si tramutano in mostri. Un altro aspetto fondamentale è proprio quello che riguarda questi ultimi, poiché come detto prima, sono presenti delle fasi particolari che si differenziano su molteplici aspetti: i colori diventano freddi e monocromatici, il sonoro diventa intenso e i vari rumori sono quasi amplificati, ed ultimo ma non per importanza, anche il gameplay cambia, passando da un approccio esplorativo quasi timoroso, a vere e proprie “speed run”.

Risulta subito evidente che i nemici non si potranno mai affrontare, e sarà necessario un approccio molto simile a quello di Silent Hill: Shattered Memories, e più nello specifico: SCAPPA! Infatti, l’unico modo per proseguire e dunque sfuggire ai nemici è passare allo scenario successivo, alcune volte semplicemente aprendo la porta seguente, in altre, invece, bisognerà scappare attraverso un percorso già stabilito. Quest’ultimo caso non risulta particolarmente difficile, ma alcune volte le tempistiche concedono un margine d’errore minimo, e la necessità di un secondo tentativo – o anche di più, per i meno esperti -, discorso che vale anche per alcuni enigmi, in cui bisognerà ad esempio evitare dei fasci di luce.

Ovviamente si tratta di una scelta studiata, voluta, e data da tutto il contesto: stiamo parlando di un’avventura che è strutturata e punta molto più sull’aspetto psicologico che su quello fisico, ragione per cui il protagonista non possiede un vero e proprio inventario, se non dei pochissimi oggetti trasportabili e visibili grazie a delle piccole icone in basso a sinistra della schermata di gioco; inoltre, a livello interpretativo possiamo dire che in realtà si tratta di un viaggio all’interno sia della psiche che di tutto quello che riguarda lo stato emotivo del nostro protagonista, che si ritrova a dover fare i conti con il proprio passato, in un presente molto dubbio, e che quindi affronta quei mostri un po’ come se fossero i suoi demoni personali.

Graficamente invece, la qualità è davvero ottima, gli ambienti sono davvero ricchi di dettagli ben curati e sia l’illuminazione che i colori dei vari ambienti sono studiati a modo, alternandosi in maniera brillante fra le varie situazioni e fasi di gioco, senza riscontrare difficoltà o cali di frame-rate. Uno degli aspetti fondamentali è sicuramente il sonoro, essenzialmente perfetto per lo stile di gioco, che si caratterizza a seconda delle situazioni più o meno intense, ben realizzato anche nei rumori di sottofondo come quello delle porte o dei cassetti che si chiudono, rumori inquietanti, suoni, versi, e via dicendo.

Tecnicamente invece, non evidenzia particolari degni di nota: Layers of Fear 2 è ben sviluppato, non si discosta molto dal primo titolo e non presenta essenziali progressi; è sicuramente più longevo del primo, in quanto presenta una sorta di modalità New Game + che permette di scoprire un finale alternativo, seppur la durata di una run varia dalle tre alle cinque ore complessive per tutti i capitoli (cinque in totale). Questi aspetti non intaccano l’esperienza di gioco, compensata da tutti gli altri fattori e da piccoli ma interessanti cameo in riferimento a molte perle cinematografiche, che i più appassionati non avranno sicuramente difficoltà a scoprire; considerando che Layers of Fear 2 è in vendita su PC e console a un prezzo “budget” di 30 euro, alla luce di tutti i pro e contro, resta un’esperienza dalle molteplici qualità, sicuramente da tenere in considerazione.

GIUDIZIO
Layers of Fear 2 è un horror psicologico che sfocia nel thriller, che crea la giusta combinazione tra ansia e curiosità, data da una particolare e minuziosa attenzione a illuminazione, sonoro, dettagli e una narrazione degna di nota. Seppur non presenti particolari evoluzioni in campo tecnico, tutti gli altri aspetti compensano decisamente l’esperienza di gioco, che diventa sin da subito un viaggio pirandelliano volto a una presa di coscienza di un attore che ha indossato talmente tante maschere, da non riuscire più a capire chi sia: di sicuro, un titolo da non perdere per gli amanti del genere!
GRAFICA8
SONORO8
LONGEVITÀ5.5
GAMEPLAY5.5
PRO
Narrazione e trama complete e di forte impatto
Sonoro accattivante
Illuminazione perfetta ed ambienti ricchi di dettagli
CONTRO
Longevità ridotta all'osso
Qualità tecniche non molto differenti dal primo capitolo
Alcune fasi di gioco non concedono il minimo errore
7
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