Devo confessarvi che quando misi per la prima volta le mani su Fallout 3, non avevo ancora avuto modo di provare i suoi due celebri predecessori. Insomma, la serie, per quanto famosa, rappresentava per me un grosso punto interrogativo e, detta sinceramente, non sapevo cosa diavolo aspettarmi. Una volta mossi i primi passi – in tutti i sensi – nel mondo di gioco, ritrovandomi a interagire con gli altri superstiti del bunker in cui ero nato e cresciuto, iniziai a capire perché l’uscita di quel terzo capitolo avesse provocato un tale clamore e… me ne innamorai. Follemente. Inesorabilmente.

La possibilità di interagire con chiunque nella maniera che ritenevo più opportuna mi aprì la mente come pochi altri videogame nella mia vita e, cosa ancor più importante, il “potere” di condizionare l’esistenza o addirittura decidere le sorti di persone, fazioni o intere città mi entusiasmò come non mai. Fallout 3, infatti, non poteva essere definito un semplice videogame semplicemente perché quella definizione gli stava troppo, troppo stretta.

Era molto di più. Era una porta su un mondo parallelo, tanto orribile quanto affascinante; un’esperienza ludica senza precedenti e così ricca di possibilità da lasciare senza fiato; un mondo vivo e pulsante che agiva molto spesso indipendentemente dalla nostra volontà. Insomma, il paradiso per qualsiasi amante del genere ruolistico. Si potevano acquistare case, uccidere persone che magari un domani avrebbero potuto assegnarci importanti missioni – condizionando così la vita del nostro alterego in maniera definitiva – recuperare oggetti di qualsiasi tipo di cui spesso non sapevamo cosa farcene ma che comunque avevano un valore unico… perché nostri.

Si poteva viaggiare a piedi per ore, senza una meta ben precisa, in cerca di quel qualcosa che potesse regalarci un brivido indimenticabile… insomma, si poteva vivere una vita parallela alla nostra, decidendo addirittura di ignorare completamente la struttura narrativa e le missioni che la componevano per il solo gusto di perdersi nel mastodontico lavoro di Bethesda. E tutto questo senza contare i tanti, spettacolari combattimenti – impreziositi da una sorta di bullet cam che esaltava i nostri colpi migliori – e un sistema di progressione e potenziamento che, a oggi, conosce ben pochi rivali, riuscendo a rivoluzionare, di volta in volta, qualsiasi partita secondo il modo in cui decidevamo di sviluppare il nostro personaggio.

Fallout 3 era, è tutt’ora e sarà dunque sempre ricordato come un capolavoro assoluto che pur essendo minato da una buona quantità di bug, è stato capace di azzerare la vita sociale di molti, e soprattutto di regalare decine e decine di ore di gioco (in alcuni casi anche centinaia di ore) a chiunque avesse l’ardore di immergersi nel suo poliedrico mondo di gioco. Un mondo di gioco che, duole davvero ammetterlo, garantiva un grado di imprevedibilità, coinvolgimento e divertimento addirittura superiore a quello del suo popolarissimo successore, il tanto chiacchierato Fallout 4. Qualora non l’abbiate giocato, vi consiglio dunque di recuperarlo al più presto… ma preparatevi perché potrebbe determinare la fine di molti rapporti affettivi. Siete avvisati.