Sì, lo ammetto, ho avuto una malattia… una malattia chiamata Dragon Age: Origins. Nel corso della mia vita ho giocato a così tanti titoli da perdere completamente il conto, eppure nessuno mi ha saputo conquistare, anima e corpo, tanto quanto il primo capitolo di questa meravigliosa serie. Ok, la grafica non era certo da urlo ma… santo cielo, possibile che ci sia ancora gente incapace di vedere oltre una manciata di maledettissimi pixel?

Dragon Age: Origins mi fece letteralmente innamorare, e non grazie alla sua straordinaria narrazione fantasy, ai suoi splendidi personaggi e al suo vasto e vario mondo di gioco, ma per la libertà che mi concedeva… una libertà che raramente mi è capitato di sperimentare in altri videogame. Sin dalle primissime ore, quando fui “costretto” a scegliere una razza, andai completamente nel panico. Non fui in grado di fare una scelta e, di conseguenza, decisi di godermi uno dei più straordinari tocchi di classe che siano mai stati implementati in un videogioco: i prologhi variabili.

Ognuna delle razze proposte aveva una sua trama introduttiva che pur conducendo sempre al rito d’iniziazione, aveva un sapore unico, irripetibile, capace di dare la percezione che si trattasse di giochi completamente diversi in base alla razza scelta. Ed in effetti, come poi ebbi modo di scoprire giocando l’intera avventura con ciascuno dei personaggio selezionabili, era proprio così. La splendida epopea dei Custodi Grigi e della loro guerra contro la temibile Prole Oscura, era infatti un’avventura completamente interattiva in cui ogni scelta era capace di condizionare irrimediabilmente il mondo di gioco e i suoi avvenimenti.

Che si trattasse di scegliere tra la vita e la morte di un potenziale compagno o di come affrontare una delle innumerevoli quest proposte, Dragon Age: Origins trasmetteva un costante senso di pieno controllo della situazione, regalando sensazioni uniche e garantendo un coinvolgimento ed un’immedesimazione davvero senza precedenti. E se a questo aggiungiamo una ricca struttura ruolistica, con una vagonata di skill, talenti, equipaggiamenti e armi, infinite possibilità d’interazione con gli NPC e quest dinamiche in grado di condizionare il proseguo dell’avventura, beh… il risultato non poteva che essere un’esperienza di gioco spettacolare, all’insegna della massima varietà e libertà decisionale.

Insomma, nonostante siano passati diversi anni dalla sua release, nel caso in cui non abbiate ancora avuto modo di giocare e di finire Dragon Age: Origins vi consiglio vivamente di recuperarlo… e qualora l’abbiate già provato, beh, rigiocatelo assolutamente perché saprà regalarvi un’esperienza ancor più intensa, emozionante e soprattutto stimolante rispetto a quella di Dragon Age Inqusition. E scusate se è poco!