Perché abbiamo perso il gusto di videogiocare insieme?

Perché abbiamo perso il gusto di videogiocare insieme?

Sempre più social ma sempre meno sociali: cosa sta succedendo al mondo dei videogiochi?

Perché ci piace giocare ai videogiochi? Una domanda tanto semplice quanto diretta, che probabilmente avrete sentito milioni di volte, ma le cui risposte possono essere le più varie, derivanti dall’esperienza e dal rapporto che ciascuno di noi ha con i videogiochi. Sostanzialmente giochiamo perché ci piace, giochiamo perché un videogioco ci offre la possibilità di vivere esperienze che normalmente non potremmo provare, di “guardare” un film ed esserne allo stesso tempo il protagonista, di leggere una storia e vederla allo stesso tempo materializzarsi di fronte ai nostri occhi, di evadere per qualche ora dalla solita routine fatta di abitudini che ci ingabbiano senza nemmeno rendercene conto.

Giocare a un videogioco non significa essere immaturi, non significa abbandonare la vita sociale e i rapporti interpersonali, anzi, il videogioco nasce proprio per unire tutte quelle persone che condividono una stessa passione. Tuttavia, negli ultimi anni, tutto ciò sta venendo meno, come se stessimo perdendo il piacere di videogiocare.

Mario Kart 8 Deluxe
Nintendo è una delle poche aziende che continua a investire con decisione sul multiplayer in locale, inserendo modalità splitscreen ovunque riesca.

Quando ero più giovane (non tanti anni fa, a onor del vero), quando internet e i social erano ben lungi dall’essere così diffusi, ci si riuniva tutti insieme davanti ai videogiochi e, controller alla mano, si iniziava a sfidarci ai più disparati giochi, si rideva e scherzava assieme fino al momento dei saluti. Non c’erano smartphone o tablet con cui giocare in qualsiasi momento, né tantomeno console portatili connesse con giocatori di tutto il mondo… anzi, anche in quel caso per poter giocare in multiplayer non potevamo far altro che cercare un’altra persona alla quale connetterci via cavo e giocare assieme. Un modo per socializzare dunque, che abbatteva qualsiasi tipo di barriera, in cui ragazzi di ogni età avevano modo di sentirsi accomunati da un’unica, grande passione.

Il mondo dei videogiochi di oggi è ben diverso da quei ricordi. Oggi siamo in grado di giocare con sconosciuti grazie a una semplice connessione, che ci permette di scaricare un gioco digitale in pochi minuti (o poche ore al massimo). Un mondo che ci permette di comunicare con decine di giocatori contemporaneamente senza che nessuna di esse sia fisicamente con noi. Una cosa impressionante, viene da pensare, possibilità che fino a pochi anni fa non erano nemmeno lontanamente immaginabili nemmeno da coloro che ha creato i primi videogiochi votati al multiplayer di massa. Un trend che, tuttavia, sta pian piano uccidendo il piacere di giocare con le persone che abbiamo di fianco, e in tal senso l’industria videoludica è sempre più complice di questo fenomeno.

Negli ultimi anni si è assistito a un declino senza precedenti di prodotti in cui compaia la modalità splitscreen, la modalità cooperativa a schermo condiviso per dirla coi termini di una volta. Quel modo di giocare in cui due o più persone fisicamente presenti nella stessa stanza potevano organizzarsi e, controller alla mano, divertirsi insieme a risolvere enigmi, sconfiggere nemici o semplicemente sfidarsi in una corsa a due/quattro utenti per decretare un vincitore.

A oggi sono pochi i titoli in cui mi rispecchio quando penso a quel tipo di divertimento. Mi viene da pensare al recente Unravel 2, agli inossidabili titoli targati LEGO e poco altro davvero in grado di regalare le sensazioni che solo uno straordinario viaggio vissuto in compagnia sa offrire. Intendiamoci, lo splitscreen non è scomparso, ma sono davvero in poche le aziende (a parte Nintendo, che continua a crederci) che puntano ancora su una simile esperienza di gioco. Per il resto siamo di fronte a poche, rare modalità in grado di conferire divertimento condiviso per pochi minuti, senza mai lasciare davvero il segno, senza tuttavia dare la sensazione di aver intrapreso un’avventura insieme.

Unravel Two

Sempre più forte è l’arida controparte del multiplayer online in cui, ognuno a casa propria, riescono a sfidarsi centinaia di giocatori da tutto il mondo senza nemmeno chiedersi chi ci sia dall’altra parte dello schermo, se una persona della stessa età o con il medesimo grado di sensibilità, oppure qualcuno che si trova lì giusto per colmare un vuoto, per sentirsi meno solo. Tutto ciò sfocia inevitabilmente in profonde ricadute sociali e sociologiche che esulano dal tema principale di questo editoriale, ma che sono utile per dare un’idea di quanto siamo solo all’apparenza uniti e connessi, fintato che non stacchiamo gli occhi dallo schermo e ci guardiamo intorno, fintanto che non diamo uno sguardo per l’ennesima volta al nostro gruppo su qualche social pronti a scagliarci contro chi non la pensa come noi, o contro chi non apprezza il nostro stesso videogioco.

Anche questo è un tema che non ci si sarebbe mai aspettati di dover affrontare. Come è possibile che i social network, un mezzo capace di unire milioni di giocatori provenienti da tutto il mondo, possa avere ricadute così negative sul modo di concepire l’industria dei videogiochi? La risposta è da ricercarsi nella domanda stessa. Il connettere insieme milioni di giocatori da tutto il mondo ha portato a far emergere inevitabilmente quelle differenze, vuoi per tempo, vuoi per priorità, vuoi per una semplice attitudine al gioco, che un tempo non erano minimamente rilevanti per la persona, abituata di continuo a confrontare (e ad accettare) realtà ben più piccole e psicologicamente meno pressanti.

Oggi, essere al corrente degli strabilianti record di un altro giocatore è a portata di pochi click, fenomeno che genera l’inevitabile confronto. “Se c’è riuscito lui, perché non dovrei farcela anch’io?”, il pensiero di molti, ed è così che si entra nel circolo vizioso del mondo dei videogiochi competitivi, in cui l’unico obiettivo è di superare i propri limiti (o quelli di qualcun altro), mettendo da parte il vero senso del gioco e arrivando persino a finire interi videogiochi in pochi minuti per il solo gusto di dimostrare di essere più veloci di chiunque altro.

Così, anche le community online non sono più un gruppo di discussione costruttiva e di interazione su tutto ciò che riguarda un gioco, un genere o una piattaforma, ma solo un palcoscenico in cui far mostra dei propri traguardi e sminuire quelli degli altri, un piccolo teatrino in cui si è sempre pronti a dar contro a chi non riesce o semplicemente non vuole essere come noi, a dar contro a chi non apprezza il nostro stesso gioco, solo per sfogare le frustrazioni di una vita che, giorno dopo giorno, ci vede sempre più social ma sempre meno sociali.


Le opinioni espresse nell’articolo sono da considerarsi come pareri personali dell’autore e non rappresentano il giudizio di VGN come organizzazione.

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