Amnesia Collection

Amnesia Collection

Per iniziare, è bene ribadire una cosa: siano lodate le collection. Sono una manna dal cielo per chi desidera riscoprire titoli del passato. Sono comode, perché condensano tante gemme in un’opera unica, spesso in un solo Blu-ray (per coloro che ancora sono affezionati al supporto ottico). In alcuni casi, consentono di accedere a un gruppo di titoli su una piattaforma diversa da quella per cui erano stati originariamente concepiti, spesso a distanza di anni.

È il caso di Amnesia Collection, una bella sorpresa per tutti coloro che hanno sempre rifiutato di cedere al PC. Ai consolari tutti d’un pezzo il piacere di giocare all’avventura horror di Frictional Games – autori del più recente Soma – era stata finora negata. Un vero peccato, dato che Amnesia: The Dark Descent è stato salutato sin dalla pubblicazione come un titolo in grado di restituire all’horror la giusta e meritata dimensione. Basta zombie, basta spaventi a buon mercato. Nell’avventura di Frictional Games l’orrore ritrova il suo lato più raffinato, meno sguaiato. The Dark Descent è noto anche per essere stato il precursore di un nuovo filone dell’horror videoludico: quello che da Outlast ad Alien: Isolation ha riportato il giocatore e l’esplorazione al centro della narrazione. Da questo mese, anche i consolari potranno riscoprire questo importante titolo del 2010, e la sua espansione, e il suo seguito. Altrimenti, che collection sarebbe?

Amnesia Collection

PALATI FINI

Amnesia: The Dark Descent è un viaggio angosciante nelle mente nevrotica di un uomo che ha perso la memoria. La tipica premessa narrativa, il solito topos del protagonista che non ricorda più nulla del proprio passato. Vero, ma è il “come” che conta. Contano le modalità con cui, a partire da questa premessa narrativa, gli sviluppatori si sono dimostrati in grado di costruire una storia capace di tenere incollato il giocatore al joypad, di farlo non tanto spaventare, quanto rabbrividire. Prendi il concetto di nemico. In The Dark Descent ci vorrà un bel po’ di tempo prima di imbattersi in quello che i giocatori sono soliti definire avversario. Eppure, vuoi per le tradizionali aspettative, vuoi perché lo scenario sembra costantemente suggerire la presenza di ombre sinistre, il giocatore tende a stare sempre all’erta.

L’avventura si basa sul meccanismo dell’attesa ed è lì che si cela l’angoscia: il giocatore non sa a cosa andrà incontro e il contesto nel frattempo suggerisce nefandezze di ogni sorta, morti violente, un passato tenebroso. È un grande maniero in quel di Prussia a fare da sfondo all’avventura. Daniel non ricorda nulla, ma lungo il cammino trova stralci di lettere, assiste a scampoli di flashback che parlano col suo io interiore. Il disagio prende il sopravvento, anche perché Daniel non può certo dirsi un protagonista equilibrato. Nel gioco di luci e ombre si nasconde la sua nevrosi, la sua instabilità. Dal punto di vista del gameplay, ciò significa che di fronte a eventi misteriosi o in assenza di luce, la sua sanità mentale è destinata a calare.

 

Ciò si traduce in visioni alterate, barcollanti, in fasi in cui il campo visivo si popola di scarafaggi e il corpo cade a terra inerme. Qualcosa che per certi versi si era già visto in Eternal Darkness, ma che qui viene sfruttato in maniera maggiormente coesa e coerente. Anche perché il giocatore si trova costretto a fare i conti con la luce e la necessità di illuminare l’ambiente attraverso torce e lampade. Deve conservare i fiammiferi, così come l’olio. Al buio Daniel è spacciato. Così come è spacciato di fronte ai (rari ma pur presenti) nemici. Ombre ignote, da cui è opportuno nascondersi, che è meglio non guardare dritte negli occhi. Il nemico assume nuovi connotati: non solo è quasi impalpabile, ma nel suo essere assente diventa di riflesso una presenza costante. L’orrore, si sa, si sviluppa in assenza, nell’ignoto. The Dark Descent omaggia evidentemente la poetica di Lovecraft.

IL PLUS DELLA COLLECTION

Non solo The Dark Descent. La collection disponibile su PlayStation 4 – al momento solo in formato digitale – contiene al suo interno anche Justine, breve ma intensa espansione realizzata ancora una volta da Frictional Games, e il sequel, quell’Amnesia: A Machine for Pigs che ha diviso critica e pubblico. Pacchetto completo per i fan degli smemorati. Tutti e tre i titoli partono dalla stessa premessa narrativa: lo smarrimento. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Justine sposta il focus in territorio francese: il giocatore veste i panni di una donna oggetto di un sadico gioco all’interno delle segrete di un castello. Un’esperienza abbastanza breve ma non priva di risvolti interessanti, soprattutto perché gli sviluppatori sono riusciti a dare una personalità originale e inedita a questo piccolo viaggio nell’orrore (ispirato alle gesta della temibile Elizabeth Bathory).

Amnesia Collection

Ci interessa però soffermarci in particolare su A Machine for Pigs e sui suoi autori, i ragazzi di The Chinese Room. A loro si deve la nascita del cosiddetto genere dei walking simulator, attraverso quel Dear Esther che ha fatto scuola. A loro si deve anche l’interessantissimo Everybody’s Gone to the Rapture. Col senno di poi, non possiamo che guardare ad Amnesia: A Machine for Pigs considerando la “poetica” dello studio inglese. E infatti, A Machine for Pigs riduce gli elementi più “ludici” del capostipite (eliminazione della sanità mentale e della necessità di ricaricare la lampada) a favore di esplorazione e narrazione. Fermo restando che l’esplorazione rimane, nell’opinione di chi scrive, un atto assolutamente ludico, è innegabile che nel sequel emerga prepotentemente un altro modo di intendere l’orrore. A Machine for Pigs sposta il setting nella Londra vittoriana, a fine Ottocento. Ma non vogliamo svelarvi alcun dettaglio della trama (ancora una volta affidata a una narrazione frammentata che sta al giocatore ricostruire).

PER FINIRE

Amnesia Collection è un’opera di indubbio valore storico. Sul fronte tecnico il peso degli anni si fa tuttavia sentire. Per quanto la fisica sia accurata e determinante nella risoluzione dei puzzle ambientali, l’aspetto generale – soprattutto del primo capitolo – non può dirsi certo d’impatto. Le cose migliorano nel sequel, più ricco in termini scenografici, ma nel complesso entrambe le opere non colpiscono sul fronte tecnico e artistico. La loro eccellenza, in ogni caso, sta altrove. A Machine for Pigs sarà forse più debole rispetto al capostipite, ma è un esperimento narrativo intrigante (ancor più, come dicevamo, se considerato come tappa nel percorso di crescita di The Chinese Room). C’è poi un accompagnamento sonoro perfetto nel suo minimalismo. Mai come in questo caso vi consigliamo di usare un paio di cuffie. L’esperienza complessiva ne guadagnerà parecchio; la vostra salute mentale un po’ meno.

GIUDIZIO
Il peso degli anni si fa sentire sul fronte tecnico, ma non è certo su questo aspetto che si poggia l'esperienza della serie Amnesia. In misura e modalità differenti, sia The Dark Descent – e relativa espansione – che A Machine for Pigs sono avventure horror indubbiamente raffinate. Poterle finalmente giocare su console, attraverso una comoda collection, è cosa assai gradita.
GRAFICA6.5
SONORO8
LONGEVITÀ8.5
GAMEPLAY8
PRO
Due giochi (e mezzo) in uno
Horror di qualità
Può incutere parecchia angoscia
CONTRO
Può incutere parecchia angoscia
Tecnicamente non all'avanguardia
8
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