Cartoon e Videogiochi

L’importanza dei cartoni animati nell’evoluzione dei videogiochi

Come l'industria dei cartoon ha ispirato la nascita di alcune delle più importanti mascotte della scena videoludica.

Quante volte vi è capitato di dover sopportare una pubblicità prima di poter guardare un video su Internet? Puntuali come un rigore per l’avversario al novantesimo, i temuti “ad” sembrano quasi attendere pazientemente che il malcapitato di turno percepisca l’urgenza prepotente di visionare qualcosa per fare la loro comparsa. Recentemente, proprio sotto lo sguardo vigile del sottoscritto è stato pubblicizzato il nuovo gioco mobile dedicato al mondo dei Looney Tunes, chiamato World of Mayhem. Alcune domande sono quindi sorte spontanee: che fine hanno fatto i cartoni animati, e che tipo di contributo ha portato la caratterizzazione cartoonesca al mondo dei videogiochi?

Abbiamo deciso dunque di scavare a fondo per recuperare antichi reperti, un po’ come il gruppetto dell’Amaro Montenegro. Imbucata la lettera nella cassetta, preparatevi a ricevere un gigantesco pacco “ACME” colmo di ricordi.

World of Mayhem è il nuovo gioco mobile dedicato agli intramontabili cartoni animati dei Looney Tunes.

L’AVVENTO DELLE MASCOTTE

Ciascuna generazione di console è immediatamente riconoscibile nell’immaginario collettivo anche grazie al supporto delle mascotte. Trattasi di personaggi iconici, divenuti poi oggetti di venerazione: i capostipiti di questo feticismo restano, nonostante il trascorrere dei decenni, Mario e Sonic. Non volendo soffermarci sull’importanza e sulla qualità dei titoli riservati all’idraulico e al porcospino, è quantomeno cosa giusta chiedersi perché essi siano riusciti a entrare così facilmente nel cuore di tutti. La risposta risiede proprio nella caratterizzazione dei due protagonisti, molto vicini a quelli dei cartoni animati destinati ai bimbi di tutto il mondo. Colori accesi, ingenuità, simpatia e buon animo rendono il dinamico duo l’esempio perfetto dell’accoppiata cartoon-videogioco, apprezzabile sia dai grandi che dai più piccini.

A riempire poi il ricettario di giuste trovate ci pensano nemici strampalati e mondi di gioco dal design peculiare. Non solo l’occhio però vuole la sua parte: a fronte di un look tanto riconoscibile e azzeccato da cristallizzarsi nelle nostre menti, troviamo una scrittura ancora elementare. Per tale motivo considereremo i due succitati beniamini come il punto di partenza di un processo evolutivo, il quale ha raggiunto il vertice della sua parabola proprio a cavallo tra il vecchio e nuovo millennio.

Mario e Sonic: look inconfondibili per due icone dell’industria videoludica.

CHE SUCCEDE, AMICO?

Prima di proseguire l’excursus circa l’eredità dei tratti cartooneschi all’interno dei videogiochi, consentiteci una digressione. Nella maggior parte dei casi, i titoli dedicati a specifici cartoni o serie animate non sono mai riusciti a riscuotere consensi generalmente positivi, quasi fosse una sorta di maledizione. Esistono però determinate eccezioni alla regola, capaci di sbalordire anche i critici più scettici.

Per quanto impensabile, saghe irriverenti come I Simpsons e South Park sono riuscite a trattare con ogni onore e rispetto generi videoludici che mai avremmo ritenuto accostabili. Se da una parte lo storico Hit & Run si è dimostrato un divertentissimo sandbox à la Grand Theft Auto, dall’altra Il Bastone della Verità e Scontri Di-Retti hanno utilizzato con sagacia gli elementi da gioco di ruolo. Il successo di quest’ultimi è dovuto non solo a un gameplay semplice e divertente ma anche a un altissimo numero di riferimenti alle serie d’appartenenza. Mentre i ragazzini della piccola cittadina di South Park hanno ancora molto da dire, la famiglia americana più famosa della TV parrebbe aver esaurito oggi tutte le cartucce a disposizione. Un vero peccato, se si considerano le potenzialità comiche e il fan-service più spudorato che un titolo a essi dedicato potrebbe contenere, ottenendo la benevolenza degli utenti col minimo sforzo.

Chi ha saputo invece portare nelle nostre console tutta l’ilarità del piccolo schermo è stata Warner Bros. con i Looney Tunes. Ci riferiamo ovviamente al periodo della prima PlayStation, epoca in cui il genere platform trovò probabilmente la sua massima espressione. Tralasciando una realizzazione tecnica non esattamente alla pari con la competizione, dimenticare Bugs Bunny: Lost in Time e Sheep, Dog n’Wolf sarebbe un crimine difficilmente perdonabile. Ciò che più ci ha entusiasmati in quanto pargoli è stata la possibilità di vivere e giocare storie che avevamo solo visto in televisione, combattendo nemici iconici e ridendo per la simpatia del coniglio mangiacarote. Allo stesso modo, quella di Ralph il lupo si è rivelata un’avventura sorprendente e più ostica del previsto, grazie alla sua natura di puzzle game. Conclusa questa piccola parentesi di rimembranza, proseguiamo nella nostra analisi.

Crash Bandicoot: N.Sane Trilogy
Crash Bandicoot è recentemente tornato in auge dopo il debutto della N. Sane Trilogy.

MASCHERE TIKI E SCIENZIATI MALVAGI

Come gli estimatori più incalliti di Crash Bandicoot sicuramente sapranno, del fu progetto Sonic’s Ass Game venne ideato un episodio pilota per una fantomatica serie animata. Ammirare in TV le folli gesta dei residenti di N.Sanity Island sarebbe stato – senza mezzi termini – qualcosa di sublime. Molto simili allo stile visivo di Taz, il diavolo della Tasmania (una delle principali fonti d’ispirazione per i creatori Andy Gavin e Jason Rubin), i protagonisti sarebbero stati il marsupiale arancione e la schiera di strampalati nemici affrontati nei primi capitoli. Purtroppo la realizzazione dell’intera serie fu cancellata e la messa in onda del primo episodio non è mai avvenuta. Con qualche lacrimuccia trattenuta ancora a fatica, chiediamoci perché Crash Bandicoot e il suo universo siano stati capaci di distinguersi così tanto tra le varie proposte platform dell’epoca e perché siano ancora oggi così idolatrati.

Se paragonata al sempreverde – e da molti considerato perfetto – gameplay di Super Mario 64, l’ossatura dei giochi dedicati al peramele potrebbe uscire nettamente sconfitta su più fronti. Ciò che però riesce a superare di diverse spanne il mondo dell’idraulico “italiano” di Nintendo è proprio la caratterizzazione dei personaggi. Non ce ne vogliano gli adoratori di Mario, Peach e Bowser, ma le personalità e i siparietti ideati da Naughty Dog riescono ancora oggi a risplendere di luce propria. La natura intrinsecamente cartoonesca e l’estrema fantasia da cui sono stati generati i personaggi di Crash, Cortex, Aku Aku, Uka Uka e soci, sono riuscite a far breccia senza problema alcuno nel cuore di tutti i fan PlayStation. Nonostante un periodo non proprio esaltante per la serie vissuto durante la generazione successiva, al sempre compianto Crash Twinsanity si deve un peculiare merito: aver concesso ai giocatori la possibilità di esplorare liberamente tutti quei mondi di cui avevamo visitato solo piccole porzioni. Sulla qualità effettiva del titolo certo ci sarebbe da discutere, ma ciò su cui si deve essere assolutamente intransigenti circa le critiche è proprio la bontà delle ambientazioni, delle musiche e del character design. Sfideremmo chiunque a non canticchiare il motivetto a cappella di N.Sanity Beach. Fidatevi, resistere all’impulso sarebbe impossibile.

Credits: Jason Leont

UN MECCANICO, UN LADRO E… DAXTER

Restando fedelmente ancorati alla sottana di mamma Naughty Dog, facciamo un piccolo salto per passare all’era PlayStation 2. Abbandonato Crash Bandicoot e in cerca di un nuovo volto per il team di sviluppo, i futuri creatori di Uncharted e The Last of Us trovarono una nuova strada chiamata Jak & Daxter. Il primo capitolo della trilogia è indubbiamente quello che ha saputo ereditare al meglio e mantenere l’atmosfera cartoon dell’animaletto australiano, distaccandosi nettamente dai toni più maturi – e a tratti oscuri – dei due sequel. A differenza del bandicoot però, in questo caso non vorremmo tessere tanto le lodi del protagonista, ancora acerbo e senza una spiccata personalità, quanto della sua spalla comica Daxter. Doppiato in terra nostrana dal grande Daniele Demma – purtroppo scomparso due anni or sono – la creaturina arancione incarna lo spirito comico della serie (che il colore scelto sia solo una coincidenza?): orecchie pelose, occhi fuori dalle orbite e una lunga coda avvicinano il nostro amico al regno degli animali antropomorfi, elemento tanto caro alla tradizione cartoonesca.

Da Warner Bros. ad Hanna-Barbera, donare dei tratti umani ai nostri compari dotati di zampe ha fatto la fortuna di chi i cartoni animati li produce. Anche per questo motivo, Sucker Punch – un altro studio first party di Sony – riuscì a stuzzicare e incantare il pubblico con Sly Cooper e la sua gang di ladri, formata da un procione acrobata, una geniale tartaruga e un ippopotamo rissoso. Un gruppo improbabile di criminali che ha attirato la luce dei riflettori con gag esilaranti, mondi di gioco ben strutturati e dialoghi dall’ottimo livello di scrittura. Il caso vuole che anche per quello che è il “Robin Hood videoludico” fosse in lavorazione – in tempi alquanto recenti – una serie animata. Dell’opera però se ne sono perse totalmente le tracce e tutto ciò che rimane sono un piccolo trailer e una fin troppo ampia finestra d’uscita, vale a dire tra luglio 2019 e ottobre 2020.

Prima di concludere la nostra carrellata e trarre le dovute conclusioni, sarebbe di certo un crimine non citare Ratchet & Clank e i personaggi ideati da Insomniac. Lo stesso team a cui dobbiamo il fenomenale Marvel’s Spider-Man, si cela dietro l’eroico nonché improbabile duo intergalattico. Il meccanico Lombax – stiamo ancora cercando di identificarne un corrispettivo animalesco – e il tenero robottino hanno salvato più volte l’universo e i suoi vari sistemi solari. Muniti di un arsenale al limite dell’assurdo, hanno reso indimenticabile ogni viaggio spaziale, volto alla sconfitta del cattivone di turno. È obbligatorio però menzionare due dei personaggi più amati dell’intera serie, vale a dire il Capitano Qwark e il dottor Nefarious: il primo è la parodia del supereroe medio, tutto muscoli, zero cervello e tantissima codardia, non estraneo al fregiarsi di un passato glorioso costruito su bugie, falsi meriti e tantissima fortuna. Il secondo invece è uno scienziato malvagio, il quale ha sostituito interamente il proprio corpo organico con parti robotiche dopo uno scontro col già citato capitano. Peculiari sono non solo la grande comicità del dottore e del fido maggiordomo Lawrence, ma anche le pause del suo cervello, che – colto da un eccesso di rabbia – interrompe ogni comunicazione per tramutarsi in una radiolina da cui fuoriesce una soap opera a sfondo amoroso.

Ratchet & Clank
Prima di Marvel’s Spider-Man, Insomniac Games diede vita alla strampalata coppia Ratchet & Clank.

Ritornando al presente, riusciremmo quindi a sostenere che l’esplorazione dell’universo cartoon sia ugualmente importante oggi quanto nel passato? Probabilmente no. Certo, i canoni imposti da questo genere sono ancora i binari da seguire per alcune produzioni, ma il connubio videogioco-cartone animato appare decisamente indebolito dalla perdita di mordente dei platform. È risaputo che ogni generazione abbia avuto il proprio settore dominante: l’attuale campione videoludico è il gioco di ruolo a tinte action e a mondo aperto; precedentemente gli sparatutto in prima persona l’hanno fatta da padrone; al tramontare degli anni novanta i platform erano lo standard da battere.

Esattamente questi ultimi trovano oggigiorno parecchie difficoltà nel risultare appetibili al grande pubblico, salvo rare eccezioni come nel caso delle esclusive Nintendo. Contro ogni pronostico, i remake delle trilogie di Crash e Spyro hanno però ottenuto un ottimo successo, sia in termini di critica, sia sul versante commerciale. Che ci sia ancora qualche spiraglio di rivalsa per un mondo troppo legato ai ricordi? Solo il tempo potrà dirci se tra Fortnite e tanti mondi oscuri sia rimasto un po’ di spazio per i cartoni animati.


Le opinioni espresse nell’articolo sono da considerarsi come pareri personali dell’autore e non rappresentano il giudizio di VGN come organizzazione.

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