Mortal Kombat 11

Mortal Kombat – Quella sottile linea tra protezione e censura

Dalla Clavicula Salominis al picchiaduro di NetherRealm: viaggio nella censura e nella violenza.

La cosiddetta Clavicula Salomonis (cioè La piccola chiave di Salomone) è stata probabilmente, in diversi contesti nel corso della storia, il testo più perseguitato di tutti. In alcuni casi sarebbero scomparse del tutto le tracce della sua diffusione in certi periodi storici, a causa della «sistematicità con cui le autorità hanno provveduto a distruggere un’opera che per il suo carattere demoniaco, metodico e didattico doveva apparire estremamente pericolosa» (I. Parri, La magia nel medioevo, p. 64).

Il libro raccoglie quei saperi magici che Salomone avrebbe trasmesso a suo figlio Roboam prima di morire, ma si tratta ovviamente di un testo ben più tardo, composto da qualche “negromante” medievale, come già denunciavano diversi autori del passato, riconoscendo talvolta quei rituali magici come palesemente inefficaci. Non per questo, tuttavia, veniva meno la pericolosità del libro: anche se i riti magici non producono alcun effetto (in quanto forzerebbero la volontà di Dio, cosa impossibile), i demoni possono essere attratti da coloro che praticano simili rituali, e potranno impossessarsi delle loro anime di peccatori infedeli. Questa è solo una delle tante posizioni, ma ovviamente non interessa qui ricostruire una storia degli effetti magici.

Oggi la Clavicula Salomonis è liberamente acquistabile dove si vuole, per quanto si presenti il più delle volte in edizioni di dubbio rigore filologico e fatti per catturare l’attenzione degli improvvisati amanti dell’occultismo. Da testo proibito a libricino per curiosi, forse nemmeno troppo interessati al suo contenuto. Del resto in molti casi è proprio la censura radicale a dar una certa fascinazione a un testo, perché una persona si immagina di ritrovare al suo interno chissà quali irripetibili rivelazioni o atrocità mostruose. Raramente, però, la realtà è all’altezza delle aspettative.

La Clavicula è del resto solo uno dei moltissimi testi in parte o del tutto censurati, da autorità religiose o laiche, nel corso della storia. Le modalità e le motivazioni sono state molteplici (è possibile farsene un’idea in un agile testo come M. Infelise, I libri proibiti, Laterza 1999), fra cui talvolta quella di proibire i libri giudicati “poco utili”.

Il problema è, da sempre, che nozioni come “utilità” e “pericolosità” hanno una forte componente soggettiva e mutano profondamente nel corso del tempo, in base al contesto storico in cui sono collocate. Ragion per cui, tra parentesi, è sempre riduttivo (se non completamente fuorviante, in alcuni casi) osservare i fenomeni del passato adottando la prospettiva del tempo presente, perché il rischio è solo quello di generare condanne e rintuzzare pratiche censorie.

C’è sempre un’autorità, grande o piccola, portatrice di un giudizio, più o meno condiviso. Nel capitolo VI del Don Chisciotte della Mancia si trova quello che forse è uno degli episodi più interessanti del libro. Il curato e il barbiere del paese, venuti a conoscenza della follia di Don Chisciotte, stabiliscono che sono stati i libri – troppi e dal contenuto nocivo – ad averlo fatto ammattire. Stabiliscono pertanto di analizzare la libreria di Don Chisciotte e far una cernita, per salvare i libri buoni e bruciare quelli nocivi. Entrambi hanno però conoscenze e gusti differenti, per cui il lavoro di selezione si rivela particolarmente difficoltoso. A un certo punto il curato, spossato dal compito, decide di bruciar tutto il rimanente senza nemmeno leggere i titoli, ma si ferma vedendo che il barbiere stringe fra le mani una copia de Las lagrimas de Angelica di Luis Barahona de Soto, e la vista di quel libro lo commuove.

L’intento dei due personaggi è nobile – stanno cercando di salvare un soggetto “debole” dal tarlo che gli rode la mente – ma la soluzione a cui giungono rischia di essere la tabula rasa, la cancellazione totale. L’intenzione, come detto, rivela la sua sensatezza. Probabilmente, senza la lettura di certi romanzi cavallereschi, Don Chisciotte non sarebbe andato in giro a combattere mulini a vento scambiandoli per giganti. E anche Emma, la Madame Bovary di Flaubert, è stata illusa dalle letture che ha fatto (non più poemi epico-cavallereschi come Don Chisciotte, ma romanzi sentimentali) e vive in una perenne insoddisfazione, perché la sua vita è molto meno interessante di quelle che ha vissuto con le sue letture. Entrambi i personaggi hanno insomma sofferto per uno scarto fra ideale e reale che non sono riusciti a sanare. Colpa dei libri, potrebbero pensare i barbieri e curati di turno, ma l’Orlando dell’Orlando Furioso di Ariosto era ugualmente impazzito per la stessa ragione (non poteva rinunciare all’ideale, cioè di essere amato da Angelica, ma non trovava alcun riscontro di questa cosa nel reale) anche senza bisogno di scomodare le sue letture.

Ragionando a posteriori, insomma, può essere sempre facile “accusare” un certo testo di esser stato l’elemento scatenante di una determinata azione, o anche solo la goccia che ha fatto traboccare il proverbiale vaso, ma muoversi a priori significa rimuovere potenzialmente tutto, perché qualsiasi cosa (o una larga parte, comunque), potrebbe influenzare in maniera negativa un soggetto debole. Chi è, però, il “soggetto debole”? Normalmente si pensa ai bambini, per ovvie e anche doverose ragioni, ma anche il Don Chisciotte della situazione potrebbe rientrare nella casistica. C’è una frase piuttosto interessante, in un saggio di Bettetini e Fumagalli (Quel che resta dei media. Idee per un’etica della comunicazione), a proposito di quando venne mandato in onda Full Metal Jacket di Kubrick alle 20.40 di sera. Il film, come noto, contiene la scena emotivamente molto forte in cui il soldato “Palla di lardo” si suicida. «Se casualmente» domandano gli autori «la messa in onda del film fosse stata l’ultima (mai la sola: è ovvio che non basta) molla per scatenare anche un solo suicidio, ne valeva la pena?» (p. 270). In sostanza il concetto sarebbe questo: Full Metal Jacket è un film con un interessante messaggio antimilitarista, ma quel che potrebbe coglierne un pubblico non preparato, soprattutto di bambini, e magari emotivamente fragile potrebbe essere tutt’altro. Il problema, in questo caso, sembra riguarda più la modalità di trasmissione del contenuto, perché sulla tv generalista a determinati orari è facile che sian presenti dei bambini, e non è possibile controllare chi effettivamente fruirà il contenuto. Estendendo questa idea di protezione, però, il rischio è nuovamente quello di tornare a un blocco totale, perché in fondo non si ha mai l’assoluta certezza che un certo contenuto non sia raggiungibile e fruibile.

In alcuni casi inoltre – e si torna a quanto detto in precedenza – manca un’effettiva conoscenza di ciò che si vuol andare a censurare o vietare, anche per l’eventuale disprezzo di una certa forma espressiva che nemmeno si vuole conoscere appieno. Si pensi a quando, alcuni decenni fa, lo scrittore Luigi Santucci diceva che il fumetto «non può non essere idiota e antieducativo» (La letteratura infantile, p. 373) e che «in questa formula spuria, orrendamente antiestetica, che impasta parola e immagine, accade che l’una e l’altra, nonché integrarsi, si uccidono vicendevolmente» (p. 374). Un giudizio che appare sicuramente colmo di pregiudizi verso un intero mezzo espressivo, così come risultavano viziati al fondo molti dei giudizi sui cartoni animati giapponesi (specialmente quelli sui vari ‘robottoni’, ma anche prodotti come Sailor Moon) che giungevano progressivamente in Italia. Marco Pellitteri ne ha raccolto un elenco incredibilmente ampio nel suo monumentale Mazinga Nostalgia (la cui ultima edizione aggiornata è stata pubblicata da Tunué nel 2018). È un interessante tuffo nel passato da cui emerge un po’ di tutto: fra vari pareri timorosi ma comunque aperti e possibilisti, ne spiccano diversi altri che puntano esclusivamente sull’annientamento dei valori nei giovani della nuova generazione (nonostante da, letteralmente, almeno due millenni prima della venuta di Cristo ci sia chi vede la generazione successiva alla propria come l’emblema della decadenza) e su una serie di luoghi comuni che talvolta sfiora l’assurdo (come il fatto che quei cartoni fossero generati automaticamente da un potente computer). Questi e altri cartoni animati portarono a ‘battaglie’ come quella riportata nel libro Cara Tv con te non ci sto più (di M. Lodi, A. Pellai e V. Slepoj), volta a «mettere al bando quei “cartoni animati e quei film che rappresentano la violenza fine a se stessa”» (p. 228).

E su questo punto si può arrivare ai videogiochi, e a Mortal Kombat in particolare. Il dibattito sugli effetti della violenza nei videogiochi è, come si dice, vecchio come Matusalemme. Un ottimo catalogo delle posizioni “pro” e “contro” (spesso collocate in realtà su scale di grigi fra i due poli) fino al 2014 si trova nel saggio Conoscere i videogiochi di M. Salvador e M. Pellitteri, a cui si rimandano gli eventuali interessati.

Quel che sembra utile sottolineare, invece, è il ruolo che da sempre Mortal Kombat ha assunto come esempio di violenza “ingiustificata” o “fine a sé stessa”, con una forte sottolineatura negativa di questo concetto. In sostanza le azioni violente di – esempio a caso – uno dei protagonisti di Assassin’s Creed sarebbero meno problematiche, perché identificabili come mezzo necessario per raggiungere un obiettivo importante. Le scazzottate di Mortal Kombat sarebbero invece puramente onanistiche, senza alcun fine se non quello del piacere stesso della violenza. Il discorso è in apparenza assolutamente lineare, ma non è necessariamente l’unico possibile. Prima si è detto che qualcuno decreta, al momento di censurare un testo, che cosa sia “utile” e cosa sia “nocivo”, come han fatto il barbiere e il curato nella libreria di Don Chisciotte.

Allo stesso modo, in un gran numero di storie possibili, che qualcuno va a identificare anche solo implicitamente i “buoni” e i “cattivi”, che potrebbero non esserlo in senso assoluto. Il sopra citato “fine” che giustifica la violenza potrebbe allora rivelarsi sottilmente problematico. A meno che uno non abbia a che fare con un Male puro (come – per star fra gli esempi videoludici – in Diablo) che è semplicemente interessato ad annientare tutto e tutti, gli avversari avranno sempre delle proprie ragioni, talvolta anche almeno in parte condivisibili. Come i Templari rispetto agli Assassini, per star all’esempio indicato in precedenza, o come – risalendo ancora – una larga parte dei cartoni giapponesi di cui si parlava sopra, dove spesso i cattivi hanno ragioni ben chiare e talvolta anche sensate per voler (ri)conquistare la Terra.

Assassin's Creed Odyssey: L'Eredità della Prima Lama - Episodio 1: Preda

Storie del genere risultano facilmente anche molto più interessanti, perché portano gli eroi, i buoni, a porsi delle domande e mettersi in gioco: troveranno magari conferma delle loro azioni, della necessità di star da un certo lato della storia, ma ci sarà alla base un processo di riflessione. Processo, però, che potrebbe anche confondere quel potenziale fruitore ingenuo, quell’uno su un milione di cui si parlava prima. Davvero capiranno tutti, specie fra i bambini, cosa voglia dire fare il bene o il male? È un ragionamento per assurdo, ovviamente, ma volendo seguire questa prospettiva è molto più lineare e meno “rischioso” un Mortal Kombat. Lì tutti si picchiano, tutti si malmenano e non si capisce neanche bene perché. Ciascuno ha le sue ragioni a guidarlo, se si va a spulciare la lore dietro agli scontri, ma da un’osservazione epidermica è difficile parlare di “buoni” e di “cattivi”. Che in realtà ci sono anche, ma a quel punto bisognerebbe decidersi: o è tutta violenza “fine a sé stessa”, oppure anche quella dei “buoni” di Mortal Kombat è giustificata, e quindi forse il problema sta altrove. Nella rappresentazione, magari, nel fatto che – si potrebbe dire – non sia poi necessario mostrare teschi sfracellati e costole rotte.

Di nuovo, però, è allora utile interrogarsi sul perché non sarebbe opportuno metter in scena questa violenza scopica e ‘pornografica’. Per evitare che un bambino possa imbattersi in essa? Obiezione sensata che indicherebbe però l’inutilità del sistema PEGI e di altre classificazioni similari, cioè che nonostante questi “cartelli di pericolo” non si può escludere che un bimbo giochi a certi videogiochi, e pertanto andrebbero ulteriormente limitati o censurati. Oppure perché va contro a una qualche forma di “morale” stabilita? O per altri motivi ancora?

Mortal Kombat 11

L’argomento è sfidante e non può avere risposte univoche. Chi le fornisce con troppa sicurezza sta probabilmente assumendo una posizione di parte. La libertà assoluta e l’assenza di qualsivoglia controllo sono un pericolo effettivo, che possono esporre i bambini a contenuti traumatizzanti o a posizioni ideologiche aberranti. Al tempo stesso, però, soggetti diversi sono colpiti (in positivo e in negativo) da cose diverse. Operare una censura preventiva in termini possibilistici significa, nell’altro polo, ricadere in un oppressivo clima di controllo cieco e folle.

È molto bella, in tal senso, la storia di Poison City, il manga di Tetsuya Tsutsui incentrato proprio sulla censura, in cui un giovane mangaka subisce il progressivo e logorante stillicidio di giudizi censori, imposti dalle autorità, contro la sua opera. Ed è solo uno dei moltissimi esempi su possibili tragedie di controllo censorio, da cui anche i videogiochi non sono esclusi. Rimane però sempre la speranza che, al momento del falò di turno, ci sia qualcuno – come il barbiere nel Don Chisciotte – con in mano una copia de Las lagrimas de Angelica (o del suo corrispettivo videoludico che, chissà, per qualcuno potrebbe pur esser forse paradossalmente proprio Mortal Kombat).


Questo articolo fa parte della nostra Cover Story di Mortal Kombat 11. Visita l’hub dedicato per non perdere alcun approfondimento dedicato al picchiaduro di NetherRealm Studios.