Impact Winter
Versione testata: PS4

Impact Winter

E se quelle finte notizie sugli asteroidi in rotta di collisione sulla terra fossero vere? Cosa succederebbe se, da un momento all’altro, il governo americano annunciasse che sulla terra a stelle e strisce piomberà una massa rocciosa dallo spazio, cancellando intere metropoli in un battito di ciglia? Tale drammatico scenario è la premessa di Impact Winter, un survival isometrico sviluppato da Mojo Bones e pubblicato da Bandai Namco. Dapprima approdato su PC, questo innevato titolo è giunto anche su console, migliorando alcuni problemi tecnici che affliggevano la release su Steam. Andiamo dunque a vedere cosa si cela tra i resti ghiacciati della civiltà moderna, cercando di capire quanto le modifiche abbiano giovato all’esperienza di gioco.

30 DAYS AFTER TOMORROW

Dopo aver evacuato migliaia di persone in fretta e furia, lo stato americano (e canadese) è chiamato a salvare le persone rimaste all’interno di quell’inverno creato dalle radiazioni dell’asteroide, che dopo alcuni mesi aveva già stravolto il clima terrestre senza troppa fatica. In mezzo a questo caos tinto di bianco, il nostro alter-ego è rintanato in una chiesa insieme ad altre quattro persone, in attesa che qualcuno riesca a localizzarli ed estrarli da quell’inferno gelato. Il gioco inizia proprio nel momento in cui veniamo finalmente notati da un qualche organo di soccorso, il quale ci promette che ci verranno a prendere entro trenta giorni.

L’obiettivo del gioco, e delle persone coinvolte, diventa dunque quello di sopravvivere fino a quando non arriverà la salvezza, cercando nel frattempo di rendere la localizzazione della loro posizione ancora più semplice in modo da accorciare i tempi. In questi trenta giorni, ci spingeremo lontano dal nido per trovare sempre più materiali e risorse, tentando di portare tutti a casa sani e salvi. Niente di così lontano dallo standard del genere, anche se ad aiutarci ci saranno diverse meraviglie tecnologiche come i veicoli e il fidato robottino che ci accompagnerà per tutto il gioco.

Ciò che caratterizza l’esperienza di Impact Winter, secondo questa recensione almeno, è la gestione degli altri personaggi nel contesto narrativo. Ognuno di loro, infatti, possiederà una storia personale che potrà essere completata seguendo semplicemente le varie missioni affidateci. Ciò permette al gioco di acquisire una dimensione più umana e affettiva, calcando la mano sull’urgenza di tenere sempre d’occhio i valori vitali e i bisogni dei nostri amici. Un approccio simile, per quanto sia distaccato dalle meccaniche di gameplay, è effettivamente un considerevole valore aggiuntivo per immergersi appieno nella condizione al limite della vita e della morte che il survival può dare. In un certo senso, riprende molto quanto visto in titoli come State of Decay ma ne espande l’intimità e la profondità, puntando a delle vere e proprie sottotrame ricche di dettagli. Se a questo si aggiunge che l’ordine con cui le si completa influisce sullo scorrere degli eventi generali, allora si ha davanti un’opera dalle molte ramificazioni pesantemente basata sulle decisioni del giocatore, ancora di più di quanto la situazione richieda.

In maniera minore, quanto detto vale anche per tutti gli altri NPC che si incontrano nel cammino, che siano nomadi vestiti da superstiti di Chernobyl o semplici stranieri dal volto coperto in cerca d’aiuto. La costruzione del mondo è subdola e affidata proprio a questi elementi sporadici, i quali raccontano le piccole realtà che compongono il grande puzzle del post-cataclisma. Minuscole dosi che vanno cercate negli angoli della mappa di gioco, incitando la naturale esplorazione che dovrebbe derivare dalla ricerca di più risorse possibili.

Girando tra queste dune di neve, si percepisce in maniera palpabile la stupenda ed inquietante atmosfera di gioco, donandoci uno scenario in cui il tempo sembra essersi inesorabilmente fermato in attesa dell’arrivo di soccorsi. Non c’è la presunzione di raccontare una grandiosa storia di coraggio e fede, Impact Winter rimane modesto nella sua narrazione, azzeccando completamente la giusta quantità di elementi per calarci in un’odissea fatta da semplici esseri umani come tanti, tormentati dalla tempesta e da un passato burrascoso, sempre presente nonostante il mondo sia a pezzi.

GESTIRE UN GRUPPO DI SBANDATI

Sebbene il focus principale dell’esperienza sia l’esplorazione e la sopravvivenza, in realtà Impact Winter presenta un gameplay molto, molto profondo e ricco di sfaccettature, sfiorando quasi la maniacale vastità dei gestionali. Questo perché il team di sviluppo ha voluto costruire un’infrastruttura che non da la priorità al nostro personaggio, bensì alla collettività del gruppo.

Nei numerosi menu di gioco, che alle volte risultano molto difficili da scorrere, avremo sotto controllo tutti i fattori che regolano la vita all’interno del nostro rifugio. I più importanti sono i valori vitali, quali fame, sete e altri elementi tipici del genere. A questo sistema basico si affiancano le mansioni derivate dai talenti di ognuno, i quali spaziano dalla robotica fino alla semplice cucina, essenziali per espandere le varie attrezzature e garantire un benessere soddisfacente alla vita comune. L’impianto gestionale è dunque approfondito fin nei minimi dettagli e va ben oltre la semplice richiesta della sopravvivenza al fine fornire una vera e propria sfida al fare il miglior tempo possibile, intento ben evidenziato dalla presenza della modalità Expert.

Il meccanismo che accorcia il tempo di soccorso in base alle nostre azioni e alle missioni completate è solo una delle tante sfaccettature da RPG che permeano Impact Winter, in maniera quasi subdola e decisamente non invasiva nei confronti dell’anima da survival. Oltre ad avere un livello generale, una caratteristica simile è presente anche in ogni aspetto tramite miglioramenti alle strumentazioni e abilità dei membri del gruppo, i quali possono ricevere perfino dei “ruoli” con tanto di Bonus e Malus. La bravura degli sviluppatori, nonché il colpo di genio, è stata quella di creare un meccanismo armonioso che fonde tutti questi elementi in una struttura molto semplice da controllare, nonostante le moltissime voci presenti in essa. I cardini di tale sistema sono basati sui bisogni primari e sulla gestione del tempo, dando al giocatore il compito di scandire il ritmo del gioco e di come il gruppo debba dividersi le razioni, ravvivare il fuoco, dormire e lavorare. A questa perentoria richiesta sono affiancati vari altri fattori che si espandono indipendentemente, dando agli utenti alcuni obiettivi da perseguire garantendo una diversità abbastanza forte da spezzare quella routine derivata dalle mansioni più semplici.

Purtroppo, per quanto la parte gestionale sia curata, è effettivamente quella esplorativa che sembra essere stata lasciata da parte. L’inventario è il primo dei grandi limiti, realizzato in maniera eccessivamente realistica. Avendo una griglia su cui posizionare gli oggetti in stile Tetris, vi ritroverete a riempirlo piuttosto in fretta. Benché sia possibile aumentare la sua dimensione notevolmente, rimangono alcune beghe che vanno a minare il tempo passato fuori dalla chiesa, soprattutto in considerazione di quelle missioni che richiedono moltissimi materiali da accumulare. Una di queste problematiche è relativa al fatto che gli oggetti equipaggiati rimarranno comunque ad occupare un ingente quantità di spazio all’interno dello zaino, nonostante siano fuori da esso. Una balestra o un arco occupano una sezione non indifferente della borsa e sarebbe una cosa gradita vederli fuori da quella sezione.

Altro elemento che va a smorzare le scampagnate è il livello di batteria di Ako-light, la quale durerà meno di quanto durano gli smartphone odierni. Anche qui, si tratta di una caratteristica espandibile, ma resta il fatto che la curva con cui va a incrementarsi non è affatto clemente nei confronti di chi vorrebbe scandagliare il così vasto e ricco paesaggio rappresentato dai trailer. Certo, ci si può accampare fuori, ma tale soluzione è principalmente una piccola sosta che non va a vantaggio di tutto quello che è necessario fare alla base. Lo stesso gioco sottolinea come sia imperativo passare per il punto di partenza onde evitare di perdersi alcuni elementi narrativi chiave.

TECNICHE OBSOLETE

Le noti davvero dolenti arrivano purtroppo nel comparto tecnico. Alla base abbiamo un’estetica appagante che riesce a trarre il meglio dall’atmosfera post-apocalittica, aiutata sapientemente dalle molte tracce di sottofondo ben composte. I dettagli ambientali, specialmente per gli interni, sono davvero ben fatti. La luce che filtra dalle tapparelle distrutte nelle oscure camere di vecchie abitazioni in rovina è solo uno dei tanti elementi che arricchiscono la lugubre atmosfera di un posto ormai senza speranza.

Si lavora moltissimo sui contrasti, specialmente sulla freddezza dell’esterno in relazione al caldo ambiente della chiesa, il quale però potrebbe sempre tramutarsi in una cripta ghiacciata a ogni nostro passo falso. Sotto questo puro punto di vista, non c’è davvero niente da eccepire alla decisione artistica del team di sviluppo, davvero bene riuscita senza riserva alcuna.

Purtroppo però, la resa è tutt’altro che rosea. Su PlayStation 4, che è la versione con cui abbiamo lavorato per la recensione, i problemi sono meno evidenti ma ben lungi dall’essere assenti. I cali di frame sono molti e palpabili, davvero inspiegabili per un titolo che effettivamente non richiede chissà quali prestazioni per essere girato. Altrettanto misteriosi sono i moltissimi caricamenti che interrompono costantemente lo scorrere del gioco e che sono presenti anche per la minima zona sia interna che esterna. La frequenza non sarebbe di certo un problema se solo la durata di queste schermate non fosse così lunga, eccessiva in qualsiasi modo la si voglia interpretare. A concludere il quadro ci sono diversi bug, alcuni dei quali in grado di portare il gioco al crash, ma grazie al cielo sono abbastanza rari da non incorrere frequentemente quanto su PC.

Le problematiche sono così influenti da gettare una lunga ombra sul resto dell’assetto tecnico, che non riesce a spiccare come invece dovrebbe. Un vero peccato, soprattutto per quanto sottolineato qualche riga sopra. L’unico elemento concettualmente poco funzionale è proprio l’interfaccia, la quale è eccessivamente piena e poco fruibile con il controller, per quanto sia evidente lo sforzo di renderla tale. Ci si poteva lavorare un po’ di più, dando anche opzioni per la varia dimensione delle icone dell’HUD, troppo piccole per tutti i giocatori che amano stare belli distanti dal televisore. Naturalmente, come per molte produzioni indipendenti, non c’è la lingua italiana.

GIUDIZIO
Impact Winter di Mojo Bones è un survival che riesce a trascendere il genere per portare un cocktail ricco di sfaccettature, spaziando da ampi segmenti narrativi fino a meccaniche da RPG. Se a questo si aggiunge l’ottima intuizione artistica e la colonna sonora ben fatta, esplorare il freddo deserto innevato post-apocalittico è davvero una goduria di per sé. Il problema, o i problemi, è tutta quella serie di cadute tecniche impossibili da trascurare. Cali di frame-rate ripetuti, schermate di caricamento troppo invasive e bug eventuali affossano quanto c’è di veramente buono nel titolo, che a questo punto avrebbe giovato di un periodo più lungo di testing. Un peccato, davvero.
GRAFICA6.5
SONORO7
LONGEVITÀ7
GAMEPLAY7
PRO
Ampio spazio alla narrazione
Un mondo ben costruito, anche piuttosto vasto
Gameplay profondo, ricco di elementi da gestire
CONTRO
Numerosissimi bug e problemi tecnici
Schermate di caricamento eccessivamente presenti e lunghe
Alcuni limiti di gioco impediscono l'esplorazione prolungata
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